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Quindici minuti di grande tv? Umberto Eco a Ballarò

 Quindici minuti di grande tv? Umberto Eco a Ballarò

di Davide Uccella

«Berlusconi? Non è il padre di quella cultura consumistica che gli si attribuisce, piuttosto è il figlio di un modo di essere che nasce prima di lui, e simbolicamente arriva con il chewing-gum portato dagli americani«. E Renzi? «Usa molti ’domani’, ma i governi precedenti ne hanno usati pochissimi: hanno pensato sempre a cosa avrebbero fatto sei mesi dopo, forse è per questo che non s’investe più nella ricerca scientifica». Il Papa sulla paternità responsabile? «Non ha invitato ai contraccettivi, ha solo detto 'Scopate di meno'». Diciamocela tutta: chi oggi avrebbe l'autorevolezza, la lucidità, il sapere e la capacità di passare così da un tema all'altro, se non uno con gli attributi e il passato di Umberto Eco? Per una volta la ribalta superficiale del talk si è fermata, si è messa a riflettere, e ha fatto posto a un’intervista che non è esattamente di Serie A, ma senz’altro supera di qualche spanna le tante e mediocri che vediamo circolare in tv.

Per una volta il faccia a faccia, ormai parte integrante della ricetta Ballarò firmata Giannini, ha messo da parte le ciance o le urla, ma senza scadere in qualche banalità che sa di utopia, o di falsa retorica. Non è stata grandissima televisione, e diremo il perché, ma i 15 minuti che Rai Tre ci ha proposto martedì sono certamente delle belle pepite, pensando a quel mattatoio di creatività che è diventato il campo generalista. In studio c’è finalmente un’eccellenza della nostra intellighenzia, uno che di considerazioni brillanti e ficcanti ne ha sempre sfornate, e che non si è smentito, messo alla prova sul Quirinale, come anche sui fatti di Parigi. Inutile anticiparvi altro sulle sue risposte (qui l’intervista completa) perché sarebbe più utile concentrarsi sulla tecnica televisiva, quindi sui pregi e i difetti dal punto di vista del linguaggio.

Il primo punto forte dei ragionamenti di Eco è la scelta delle parole, senza impantanarsi in discorsi da aula magna universitaria: cosa rarissima per chi parla in tv. Spesso riprende Giannini per alcune domande, per come vengono poste e gli equivoci che possono creare, con delle semplificazioni che a volte sovrappongono realtà diverse confondendo concetti completamente distinti. Poi, quasi sotto traccia, c’è un filo d’ironia: sembra assurdo pensare che approcciarsi ai grandi problemi possa essere questo, eppure non guasta se sa evitare quella drammatizzazione che spesso troviamo in politici ed economisti. E soprattutto se non intacca la serietà e il rigore che invece Eco offre senza stacchi.

Insomma: parole semplici ma giuste, e giusto distacco. Cose che meriterebbero la prima serata, e invece vediamo relegate a ridosso della terza. Ma perché? Lo sforzo di Giannini è notevole, insolito, ma cade sempre in due difetti del nostro giornalismo televisivo. Il primo è più un pregiudizio che un minus, ed è quello di credere che l’audience del prime time s’annoi a prescindere con personaggi esterni al recinto delle cronache e degli scandali. C’è poi un altro problema, forse più datato e più profondo, e cioè quello di invitare un “esterno” sempre a ridosso della solita promozione, spesso libraria: anche il buon Eco aveva la sua strenna, ma almeno su questo l’ex vicedirettore de La Repubblica ha trovato terreno fertile, e un minimo di coerenza con i temi del programma. 

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