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Multinazionale e immortale, il regno televisivo di Gordon Ramsay

 Multinazionale e immortale, il regno televisivo di Gordon Ramsay

di Matteo Rossini

Gordon Ramsay non ha bisogno di presentazioni. La carriera dello chef inglese, insignito di quattordici stelle Michelin, inizia quando, giovanissimo, decide di appendere al chiodo le scarpette da calcio e seguire una passione che da lì a breve sarebbe divenuta la chiave del suo successo: la cucina. Ramsay lascia l’Inghilterra e vola all’ombra della Tour Eiffel per apprendere i segreti dell’arte culinaria; mesi di studio e di apprendimento e poi il ritorno in patria.

Il programma che lancia lo chef è Boiling Points, un documentario del 1999 che segue l’apertura del suo primo ristorante. Poche puntate sono sufficienti a farne emergere il carattere, il modo di fare e lo stile: forte temperamento, personalità unica, linguaggio alla portata di tutti e senza filtri. La fine di Boiling Points non coincide con l’epilogo della sua carriera, anzi. È l’inizio di una doppia ascesa, in tv e nella ristorazione. Il successo arriva con Hell’s Kitchen. La prima edizione, l’unica inglese che vede la partecipazione di Ramsay, va in onda nel 2004 ed è un fenomeno mediatico che travalica i confini nazionali tanto che le tv di mezzo mondo decidono di trasmetterlo e, in alcuni casi, di riadattare il format al proprio paese.

Così lo chef si ritrova davanti a un bivio: continuare con la versione inglese o lasciare la strada vecchia per la versione americana, nella speranza di un successo internazionale. La scelta ricade sulla seconda e, ancora oggi, Ramsay è al timone della tredicesima edizione americana, la prima in onda nello stesso anno della precedente. Nel frattempo la carriera tv continua in Inghilterra e negli Stati Uniti con Kitchen Nightmares, Hotel Hell, The F Word, Hotel GB, Gordon Ramsay's Ultimate Cookery Course, Gordon Behind Bars e MasterChef, l’ultimo gioiellino del cuoco stellato. 

Se da un lato il percorso sembra procedere alla perfezione, dall’altro non è tutto oro quello che luccica. Parallelamente all’aumento della popolarità, Gordon incassa critiche e finisce nell’occhio del ciclone per dispute con chef, animalisti e vegetariani. Un settimanale lo inserisce tra le sessanta peggiori personalità della tv, ma ciò non influisce sull’opinione dei telespettatori che continuano a sancire il suo successo e quello dei suoi programmi. Perchè Forse per la simpatia, o antipatia a seconda dei casi, per la conoscenza della cucina o magari per il look sempre curato. La risposta corretta è un’altra. Il motivo per cui dopo quindici anni Ramsay è ancora sulla cresta dell’onda è soltanto uno: non è un personaggio televisivo, ma una ”persona televisiva”. Ha saputo fare del linguaggio crudo e della schiettezza i suoi cavalli di battaglia. 

Lo chef non indossa maschere e la sua personalità è sotto gli occhi di tutti, il pubblico lo percepisce e lo apprezza. Il linguaggio è autentico così come lo sono emozioni e arrabbiature. Quest’intensità si ripercuote su tutti i programmi a cui prende parte. Non è un caso che molti personaggi televisivi si siano ispirati a lui, senza ottenere gli stessi risultati. Carlo Cracco potrà essere il cuoco più cattivo del globo, ma sarà sempre meno veritiero di Ramsay. MasterChef Italia potrà dotarsi del miglior montaggio nella storia della tv, ma non sarà mai veloce quanto la versione americana, non avrà mai la schiettezza di un programma che vanta la presenza dello chef inglese.

La sua è una televisione veloce e basata sull’istantaneità, sul quel secondo in cui la rabbia arriva al cervello e ti fa “sbroccare“, come accade nella vita quotidiana. Non è un caso che nelle discussioni di tutti i giorni non si pensi alla frase migliore da dire o a commenti edulcorati e grammaticalmente corretti. Quando la rabbia esplode ciò che scappa è una parolaccia, un commento tagliente o un’espressione furiosa. E Gordon Ramsay sembra saperlo meglio di tutti.

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