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House of cards, la serie che ha cambiato il paradigma narrativo della politica (e del palinsesto)

 House of cards, la serie che ha cambiato il paradigma narrativo della politica (e del palinsesto)

Sarà la serie di Netflix “House of cards”, con Kevin Spacey nei panni dell’ambiziosissimo Frank Underwood, politico senza scrupoli che tenta la scalata alla Casa Bianca, la punta di diamante del palinsesto del nuovo canale Sky dedicato alle serie Tv (Sky Atlantic che parte oggi, 9 aprile). Strano essere pianificata in palinsesto come un telefilm “tradizionale”, per una serie che ha legittimato la pratica già diffusa del binge-watching, il consumo compulsivo di prodotti seriali senza vincoli di palinsesto (grazie alla nota strategia distributiva che ha visto tutti gli episodi della serie rilasciati simultaneamente). Beau Willimon, creatore di "House of cards", ha spiegato come una scelta distributiva come quella di Netflix influenzi la scrittura: “Il racconto ovviamente deve "funzionare" sia che il prodotto venga guardato in una  sola volta, sia che venga guardato puntata per puntata, ma sapendo che molti vedranno più episodi in un'unica sessione di fruizione, non siamo obbligati a concludere ogni episodio con finali pieni di suspense, o a reiterare informazioni per includere/riconquistare spettatori di puntata in puntata, come si fa normalmente nelle serie”.

“House of cards”, che ha conquistato anche il presidente Obama, è un adattamento di un’omonima serie della Bbc del 1990, basata su un libro dall’ex capo di gabinetto del governo Thatcher Michael Dobbs. La serie originale ammontava a un totale di dodici ore distribuite su tre stagioni, la versione di Netflix è costituita da 26 puntate di un’ora circa. L’assenza di classificazione (divieti ai minori etc.) propria dei canali via cavo così come di Netflix, ha permesso agli sceneggiatori di avventurarsi fuori dalla cosiddetta “comfort zone” ed evitare i cliché narrativi dei network, intercettando il disincanto del pubblico verso un certo modo di raccontare i vertici della politica (e di serie ce ne sono state, da West Wing in poi). Cinica, tagliente e pluripremiata (3 Emmy alla serie e un Golden Globe come miglior attrice a Robin Wright, “moglie” di Frank Underwood), “House of Cards” demolisce ogni traccia d’idealismo dal palazzo del potere. “Non è una serie sulla politica – spiega Willimon - ma sul potere. Non credo che sia la politica a essere corrotta a prescindere, è la sete di potere che la deforma fino ad allontanarla completamente dal suo scopo originario”.

“Hunt or be hunted", per dirla alla Frank Underwood.

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