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Caro Accorsi, 1992 vince ma non convince

 Caro Accorsi, 1992 vince ma non convince

di Antonella Fazio

In quell’anno chi vi scrive aveva 9 anni, una vita spensierata tra scuola elementare, compiti e attività pomeridiane, una passione sfrenata per Non è la Rai, un ricordo indelebile delle immagini dei berlinesi della Ddr che scavalcavano il muro comunista nel novembre di tre anni prima. Il profondo sud, allora come adesso, era la mia città. La tv, con i suoi programmi e i suoi tg, mi faceva spesso compagnia nella mia solitudine da figlia unica di genitori impegnati per lavoro.

Nel 1992 era facile imbattersi in notiziari che replicavano più e più volte servizi sulle stragi e gli assassinii di mafia: giudici e politici erano protagonisti dei più efferati episodi di nera, chi per un motivo (quello di assicurare la giustizia – vedi Falcone e Borsellino), chi per un altro (quello di aver tradito Cosa nostra – vedi Salvo Lima). Ma con l’arresto di Mario Chiesa, il numero uno socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano, si aprì un nuovo capitolo nei tg nazionali, quello della cronaca giudiziaria.

Ed è proprio questo episodio a fare da ouverture a 1992, serie targata Sky nata da un’idea di Stefano Accorsi e diretta da Giuseppe Gagliardi. Tra personaggi veri come l’ex magistrato Antonio Di Pietro o l’ex senatore Marcello Dell’Utri, e inventati come il pubblicitario Leonardo Notte o poliziotto Luca Pastore, la fiction in dieci puntate coprodotte con La7 e Wildside, è un affresco di come sia cambiata l’Italia in quell’anno tra Tangentopoli con annessa genesi della discesa in campo berlusconiana. La nuova serie Sky di certo non è Gomorra: chi si emoziona per episodi criminali o fatti di sangue non sarà soddisfatto e potrà trovarla anche un po’ noiosa e lenta. Forse per questo gli autori hanno pensato bene di dare quel tocco noir con il mistero che coinvolge il protagonista Accorsi (dirigente di Publitalia, ex rosso bolognese) e un investigatore.

A differenza delle scontatissime fiction di Mediaset e Rai, 1992 racconta ai telespettatori, seppur parzialmente, una storia vera. E alla fine della quarta puntata iniziano a delinearsi le vicissitudini dei personaggi di fantasia rispetto alla cronaca che diventa solo uno sfondo per lo svolgimento dei fatti. Così, mentre si allontana la ricostruzione giudiziaria, si accendono i percorsi personali di Notte e Pastore, della starlette Castello, della punk borghese Mainardi, del neo parlamentare leghista Bosco. Ci si basa su fatti frutto dell’immaginazione degli autori e questa ne è la dimostrazione. Sicuramente non ci aspettiamo di imparare da questa serie cosa è accaduto in Tangentopoli.

All’apparenza però, la pretesa è quella di insegnare a chi non c’era (o era troppo piccolo per sapere), la rivoluzione attuata da Di Pietro che portò alla presunta nascita della Seconda Repubblica. Spiegare quegli anni, andare nel profondo delle indagini, disegnare una Milano decadente e ormai fragile, lontana dai palazzi romani, non è un’operazione facile e 1992, dopo un inizio più fedele, ha già abbandonato l’obiettivo. Forse sarà per questo che la fiction risulta un po’ spenta. Sarà per la faccia monoespressiva di Accorsi o per l’intreccio piuttosto semplice scandito da una sequenza lineare degli eventi.

Sarà perché ormai siamo troppo abituati alle serie americane tutte sesso, soldi e sangue. Sarà perché i ragazzi di oggi sono disinteressati a certe dinamiche storiche. Sarà perché nell’opinione collettiva quegli eventi hanno modificato in meglio o in peggio la politica italiana. Sarà perché la narrazione reale si mescola con la finzione. Sta di fatto che la fiction vince (l’indice di permanenza è stato dell’80% contro il 60% raccolto nell’episodio inaugurale del 24 marzo – anche più delle prime puntate di Gomorra), ma c’è qualcosa che ancora non convince.

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